È vero che valutare la “turisticità” di una destinazione solo sulla base delle classifiche rilasciate dagli enti internazionali può essere fuorviante: ne ha scritto Antonio Preiti su Huffington Post, spiegando che le classifiche più accreditate a livello internazionale non sono sempre le più attendibili – nel caso specifico riferendosi alla classifica del WTO, che il suo dossier a partire dai dati che riceve da ogni Paese, ciascuno dei quali con un sistema di raccolta e di analisi proprio e spesso diverso dagli altri.
È anche vero, tuttavia, che tutte le classifiche uscite negli ultimi tempi mostrano la discesa dell’Italia – e non solo nelle graduatorie del turismo. L’ultima in ordine di tempo è quella di Bloom Consulting, che applica il suo Country Brand Ranking al settore turistico: qui l’Italia è decima, perdendo tre posizioni rispetto all’anno passato.
Niente di nuovo, insomma. Quel che risulta interessante dalla lettura del rapporto è però comprendere come viene costruito il “voto” da assegnare a ciascun paese, perché ci dice molto su come il turismo sta evolvendo e su come i turisti internazionali “costruiscono” la reputazione delle diverse destinazioni – e su come l’Italia sta affrontando questi cambiamenti.
La metodologia di Bloom Consulting prevede 4 indici: uno economico (Economic Performance), uno politico-strategico (Country Brand Strategy) e due digitali (Digital Demand e Online Performance). Ecco allora spiegato il “caso” Italia: è evidente come gli indici utilizzati per creare la classifica vadano proprio a rigirare il coltello nelle piaghe del sistema italiano, caratterizzato da una crisi perdurante e dall’inesistenza di una strategia di promozione (soprattutto online) turistica.
Quel che “salva” sempre, in ogni classifica, la performance del nostro Paese è la “domanda” di Italia, il desiderio che tutto il mondo ha del nostro stile di vita, dell’arte e dell’enogastronomia del Bel Paese: un indice su cui, per fortuna, la paralisi del sistema-Italia non può incidere.